Un naso rosso per Papa Francesco

di Anya Pedullà

un-naso-rosso-per-papa-francescoÈ ancora buio quando 150 persone munite di naso rosso e camice, rigorosamente personalizzato con disegni e frasi folli, attraversano una piazza San Pietro ancora popolata esclusivamente da personale del servizio d’ordine e polizia. Ad annunciare la loro presenza, tante risate e qualche “shh… non facciamoci subito riconoscere” pronunciato con falsa autorità e molta eccitazione, più per prender parte alla baldoria generale che per zittire realmente qualcuno.

Sono passate da poco le 7,30 ma lo spirito è alto, visto che la maggior parte dei presenti è sveglio dalle 5 di mattina: c’è chi racconta del nuovo amore, chi sogna il cappuccino negato dalla fretta (e dal ritardo, accidenti!), chi scatta selfie di gruppo con il Cupolone alle spalle e le occhiaie in primo piano. Una manica di matti agli occhi dei pochi turisti mattinieri, una comitiva decisamente fuori dal comune e curiosamente assortita per chi, scene simili a queste, le vede ogni giorno dopo aver indossato la propria uniforme. Qualcuno li saluta divertito, qualcun altro li guarda inorridito, “è arrivato il circo?” ironizza un ragazzo, e io mi prendo la libertà di girarmi e guardarlo male. Perché io sono lì in borghese, non indosso un camice, non ho nulla di colorato addosso, non porto stranezze appese al collo o sui capelli, ma, al contrario, ho cercato quanto di più anonimo e serioso ci fosse nel mio armadio ignorando – che sciocca! – lo scopo primario di quell’alzataccia fatta in un qualsiasi mercoledì di gennaio: consegnare un naso rosso a Papa Francesco.

il-sorriso-medicina-universaleCosì ci mettiamo tutti in fila davanti ai metal detector che il periodo storico impone (se Bergoglio ha deciso di non girare in una teca di cristallo antiproiettile soprannominata Papamobile per essere a contatto con i fedeli piuttosto che per sentire il vento scompigliargli la papalina, un’altra soluzione bisognava pur trovarla!), ma riuscite a immaginare, voi, una fila composta da centocinquanta clown scatenati, carichi di palloncini che scoppiano (allertando i militari di guardia), di campanelli che tintinnano ad ogni movimento e di una riserva pressoché infinita di bolle di sapone? Superato alla meno peggio il check-in papale, ci dirigiamo verso i posti che ci sono stati assegnati, accompagnati dal solito frastuono e da una “maschera” che, tra il divertito e il rassegnato, si raccomanda di non salire in piedi sulle sedie e di non accalcarsi tutti davanti ignorando i passaggi di sicurezza lasciati tra una fila e l’altra. Ma per chi ci ha preso? Tempo 10 minuti e trasformiamo il settore, posto esattamente alle spalle del Pontefice, nella curva Sud dell’Olimpico con tanto di striscione riportante il mottoIl sorriso è medicina universale!.
papa-francesco-antas-3 Siamo carichi, scattiamo ancora qualche selfie (stavolta mi ci metto anche io, ormai ci sto dentro), gonfiamo palloncini e immaginiamo ad alta voce il nostro incontro con Francesco (nel frattempo si è persa la formalità di dire Papa…), che al pari del Pupone dell’Olimpico è diventato “Uno di noooiiiii”. L’attesa si fa sentire: siamo nei pressi di San Pietro dalle sette mentre l’Udienza non avrà inizio prima delle nove e mezza, ma sappiamo come ingannare il tempo, in fondo quando si è con altri centoquarantanove amici qualcosa da fare la si trova, no? Poi finalmente il primo cardinale si avvicina al microfono per salutare la folla in italiano. Ringrazia tutti i presenti e in particolar modo le associazioni che hanno fatto domanda per prender parte fisicamente all’Urbi et Orbi del mercoledì, citandole una per una: L’istituto francese Saint Dominique di Roma, gli artisti del Rony Roller Circus, l’Associazione Pizzaioli Napoletani (sì c’erano anche loro, e senza pizza al seguito purtroppo) e così via. Ad ogni nome segue un urlo di saluto da parte del gruppo in questione, “Ragazzi, vediamo di non deludere le aspettative” incoraggia uno dei nostri. Così ci prepariamo a dare il meglio, schiarendoci la voce. Ma niente, nessuno nomina ANTAS, e il timore che ci abbiano inclusi nel saluto ai circensi inizia a farsi largo tra di noi. “Forse ci nomineranno con gli spagnoli, magari hanno letto ANTAS e pensano sia spagnolo”, ma seguono il saluto in francese, in tedesco, in inglese, in russo e persino in arabo e di ANTAS nemmeno una traccia. C’è chi alza le spalle, chi invece non si rassegna e bracca uno degli “uomini del Papa”, per sua sfortuna di passaggio accanto a noi in quel preciso istante, e ci parla: quali tecniche abbia usato – se la seduzione, l’autocommiserazione o la minaccia – non ci è chiaro, quello che sappiamo è che dopo una manciata di minuti il cardinale italiano è tornato al microfono per scusarsi di aver dimenticato di salutare l’associazione di clown di corsia e terapie alternative ANTAS. L’urlo a questo punto è d’obbligo oltre che liberatorio.

clown-to-popePochi istanti dopo, la papamobile si fa largo tra la folla contenuta a fatica dalle transenne. Francesco è sorridente come sempre, il braccio alzato per salutare e benedire chi incrocia, e lo sguardo mite di chi vorrebbe portare conforto anche solo con la propria presenza.

Sale le scale per raggiungere la sua poltrona, poco distante da noi, e mentre le sue parole affaticate fanno eco nella piazza gremita, dal nostro settore si sollevano milioni di bolle di sapone colorate, come nel più bel sogno di un bambino: è il nostro omaggio, per la prima volta silente, ad un uomo che sentiamo davvero vicino, per la sua tenace battaglia a favore dei più deboli, dei malati, dei discriminati, e per il suo impegno ad essere davvero uno del popolo.

papa-francesco-antas-2La catechesi continua e noi un po’ l’ascoltiamo e un po’ complottiamo sui modi per attirare la sua attenzione e farlo avvicinare. L’Udienza è terminata, Papa Francesco cammina lungo le transenne per salutare chi è subito dietro. Noi abbiamo un gruppo di argentini (con cui nel frattempo abbiamo socializzato) che ci separa da lui, e la nostra missione di consegnare il naso rosso insieme ad un cappello papale, costruito sul momento con decine di palloncini colorati, potrebbe miseramente fallire. Ci sporgiamo, agitiamo le braccia, intoniamo cori che si fanno sempre più insistenti man mano che Bergoglio si avvicina, ma nulla, per riuscire a toccarlo bisognerebbe scavalcare le transenne, le suore e gli argentini stessi. Poi il miracolo (è il contesto giusto per dirlo!). Uno dei connazionali di Francesco si fa nostro portavoce, gli racconta chi siamo (e, probabilmente, anche perché ci stiamo agitando in quel modo), poi ci raggiunge, prende naso e cappello e li porge al Santo Padre. Lui li indossa, sì, proprio così, li indossa, e ci fa un cenno e un sorriso tra i più belli mai visti prima. Ora Papa Francesco è davvero Uno di noi, magari il migliore, o forse no, uno dei tanti, come lui ama essere. E allora, improvvisamente, è valsa l’alzataccia, le bacchettate del servizio d’ordine, il freddo durante le due ore di attesa, l’essere scambiati per dei circensi e persino l’essere considerati più dei pizzaioli napoletani (scusate eh!). Perché è vero che Il sorriso è medicina universale, e quello che Francesco ha sfoderato nella nostra direzione per un momento ci ha fatto sentire speciali, come solo un clown di corsia sa fare con i piccoli e i grandi pazienti quando entra in un ospedale.

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